La seconda perla, Louise

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Louise adorava la vita che le avevano donato.

Nata in una comunità di zingari, aveva appreso la vita con una strana sensazione di non pagare il prezzo dei propri errori. Ogni esperimento di comunicazione ed interazione con gli esseri umani che incontrava, aveva il piacevole risvolto di cancellare la memoria dei precedenti tentativi di ricerca della propria felicità.

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Maturare

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I giorni si avvicendano morbidamente, la vita è quasi irreale, il monte mi ha scavato dentro facendo spazio in una soffitta, quasi dimenticato ricettacolo di cianfrusaglie.

Il monte scava, il monte è roccia ma le sue molecole permeano la materia dell’uomo fino ad accompagnarlo anche nei momenti più solitari ed intimi.

Gli ostacoli sono vie verso la solitudine.

Il mio respiro mi invita a chiedere aiuto ma paradossalmente, ora  che ho le risposte, l’assenza di domande che rendano dignità alla loro essenza mi attanaglia.

Amistade

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Ho una strana sensazione nel cuore. La mia vita è solo un ricordo senza tempo e  adesso mi trovo, inspiegabilmente, in un tempo senza spazio.

Ho amato molto questa casa e questa donna ma ho la sensazione di non potere più andare. Read more…

Maria (2)

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Da quel freddo giorno di febbraio l’aria era diventata tanto rarefatta da togliere quasi il respiro, sembrava che niente avesse più senso, più valore. L’esistenza trascorreva aspettando una morte che sarebbe arrivata comunque troppo tardi. Passavano i giorni e la vita di Maria era stranamente irreale, tutto scorreva secondo i dettami di ciò che si ritiene normale per la sua età, i pretendenti si avvicendavano nella sua casa senza che questo la riguardasse, non le era ben chiaro cosa potesse affascinare un uomo, in una donna col cuore spezzato.

Il giorno che si affacciò alla sua porta un ragazzo con gli occhi stranamente limpidi e onesti, decise che in una vita apparentemente normale poteva anche starci un matrimonio formale.

Si chiamava Enrico, aveva qualche anno più di lei ed era gentile, troppo impaurito della vita per poter creare problemi e si accontentava che lei lo accettasse illudendosi che fosse amore.

Passarono gli anni e la sua vita si consumava serena e lineare come solo uno stagno di acque morte sa essere, non c’era movimento nel suo cuore e la sua vita si adattava.

Enrico la adorava come una statua priva di vita, la sua non vita lo rassicurava, permettendogli di dominare il ritmo dell’esistenza. La adorava al punto da desiderare di appagare ogni suo desiderio, se solo lo lasciava trapelare, non si concedeva il disturbo però di cercare di dare corpo a quella sensazione di distante solitudine, che lo faceva rabbrividire quando la toccava e percepiva che non l’avrebbe mai posseduta.

Un giorno successe una cosa imprevista, inattesa quanto può esserlo un tutore che germoglia ormai rassegnato ad ergersi a semplice inerte sostegno di una pianta che ha scelto di vivere. Si fermò in un negozio Maria, un negozio del quale non aveva mai notato neanche il colore, e lì un qualcuno imprecisato, mandato dal destino le aveva presentato Antoine, “Piacere, Maria”, che fastidioso contrattempo dover anche far conversazione con gli sconosciuti, pensò tra sè cercando di dare alla vicenda quel minimo sindacale di attenzione che le permettesse di stare sola con i suoi pensieri, nei limiti della buona educazione.

Poi alzò gli occhi e lo vide.

Uno sguardo incuriosito quanto fugace ma ogni singola parte del suo essere riflettè quella luce. Era una finestra che si apre in una sala di specchi, quel che prima rimbalzava il grigiore ora rimbalzava una luce tanto brillante da dover socchiudere gli occhi per poterla guardare. Quel che prima attutiva i suoni della vita al di fuori di lei, diffondeva come un diapason la nota perfetta. Quell’addome privo di emozioni ospitava una tale ondata di emozioni che quasi le impediva di sincronizzare i suoi stessi respiri.

Rialzò gli occhi e si immerse in quello sguardo accogliente, non era uno sguardo di intesa, era uno sguardo tra le cui braccia tutto può dissolversi senza che questo ingeneri paura ma pace.

Che strana la pace.

Non pensava che le appartenesse, lei alla quale la vita aveva scippato la gioia della scoperta della vita stessa, lei che conosceva senza dover conoscere una passione devastante quanto corrosiva che l’aveva deprivata di quell’innocenza cui aveva rinunciato per amore, ma che adesso cullava nei ricordi come una possibilità perduta, alla stessa stregua di una ricca compagna di scuola di cui guardare la vita irreale svolgersi con regole e parametri immensamente lontani dai propri, con tutto il fascino che ne consegue.

Che nostalgia per la sua innocenza. Strano quanto siano dolorose le rinunce quando l’amore che le ha mosse si dissolve.

In quei dieci minuti di flusso dolce e inebriante negli occhi di Antoine questi e mille altri pensieri si erano uniti alla sua danza, ma senza che nessuno si fermasse così a lungo da diventare presente, esisteva solo lei, quegli occhi e il suo cuore che aveva inspiegabilmente cominciato a fare rumore.

Lui uscì dalla porta salutandola garbatamente, nell’aria l’odore che non avesse minimamente capito ciò che aveva permesso si sciogliesse e lei, giocando nervosamente con la perla che impreziosiva il suo collo, decise che non avrebbe più cercato di incontrarlo, fece la scelta, per il resto della sua vita, di accontentarsi di incontrarlo nei suoi sogni, perchè i sogni non possono morire.

La prima perla, Maria

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Maria guardava perplessa la custodia in velluto. Aveva sempre desiderato una perla e davanti a  lei si era materializzato quel sogno ormai privo di valore. Read more…

Il bastone

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Riscendendo si fa chiara in me la decisione di volere portare con me un bastone, un ausilio in questa discesa dove i pesi, alla luce del loro essere superflui, appaiono ancora più estranei.

Ne trovo uno che mi ricorda la mia personale Santiago, un bastone del pellegrino che possa sostenere ed alleviare il passo, che si sovrappone nella mente al bastone biblico del salmo di Davide Read more…

La casa

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L’arrivo alle rocce dove dormiremo è faticoso ma tanto elettrizzante, da non lasciare spazio nella mente per ciò che abbiamo appena vissuto. L’aria, pura e quasi irreale, arriva, come se avesse particelle insolitamente sottili, a riempire ogni angolo dei polmoni. La prima cosa che facciamo è scegliere il posto dove passeremo la notte, parafrasando Ermete, nulla è per caso e ogni luogo riserverà al suo ospite una notte speciale ed indimenticabile in modo assolutamente unico.

Ultimo rito di questa sera costellata di stelle è un suggestivo bilanciamento della parte maschile e femminile di noi, una sorta di pacificazione tra quelle parti che, in una società dimentica dei ritmi e dell’importanza delle stagioni, si sono evolute in noi a metà tra l’irrefrenabile esternazione di moti interiori e la necessità di acquisire le caratteristiche proprie di una o dell’altra metà.

E in questa magia ho chiara la prima verità: il Monte è potente, se lo accetti il Monte ti accoglie e ti dona la forza, e soprattutto quello che stà accadendo è un sassolino gettato nel lago del tempo, i suoi cerchi arriveranno lontano a cullare dolcemente ogni istante del mio futuro.

Da questo momento la mia vita sarà accompagnata dalla consapevolezza che anch’io ho una casa e per lungo tempo mi apparirà al solo chiudere gli occhi.

Il pozzo sacro

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Per la prima volta mi soffermo sui miei compagni di viaggio, abbiamo finalmente lasciato gli zaini e il pensiero si rivolge curioso a chi la sorte mi ha affiancato come maestri per questa notte.

Siamo tredici, dieci donne.

Stranamente anche i visi conosciuti di persone che reincontro qui non mi sono familiari. Ogni persona avrà un suo particolare ruolo in questo viaggio nel portarmi dei messaggi precisi, più o meno graditi. Alcune sembra siano qui apposta per mettere l’accento sulla necessità di lavorare sulla tolleranza per i miei fratelli, altre mi lasceranno i messaggi che mi accompagneranno quando tornerò alla mia vita normale.

Ci riuniamo intorno al pozzo, si intravedono dei gradini, è quasi totalmente interrato. Una pozza di acqua limpida a dispetto del fango che ricopre, e qui simbolicamente lavo via tutto ciò che per questa notte non mi serve portare con me, rimarrà a lungo il dubbio che valga la pena riprenderlo…

Il sentiero 2

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Che strano terreno… mi guardo intorno e accanto a quel granito rosa di cui colgo il senso sono disseminati piccoli cristalli di quarzo bianco…

La luce della luna si riflette su di loro tracciando un sentiero che da 6000 anni regala ogni notte, a chi lo riconosce, la possibilità di recarsi ad esplorare l’abbraccio della Madre Terra.

Ed io che della terra sono anni che inseguo l’abbraccio, mi trovo lì a cercare finalmente di trovare Dio dentro di me, cercandolo in quei luoghi dove da millenni altri lo trovano.

La pista bianca si inerpica sulla montagna e il peso dello zaino che mi impedisce di andare avanti spedita nella boscaglia fitta, simboleggia l’inutilità di tutti quegli orpelli di cui mi riempio la vita e che alla fine per assurdo mi separano dal mio scopo. Che senso ha avere ogni immaginabile ausilio per la destinazione se il suo peso ti impedisce di arrivarci?

Ma ormai è fatta, non ha senso lasciare qui le cose e faticosamente mi trascino dietro il peso necessario alla mia rinuncia alla fede nella Provvidenza, alla mia incapacità di accettare che tutto ciò che mi occorre per vivere le mie esperienze è dentro il mio cuore.

Così riflettendo scavalco il recinto dell’area sacra e mi avvicino alla Fonte Sacra, prima tappa di questo viaggio uguale per tutti e per ognuno diverso…

La botola

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Il secondo tocco della campana chiedeva ad ognuno di definire sinteticamente l’esperienza. Come un singulto irrefrenabile la risposta è stata: “un punto di non ritorno”. Adesso si fa chiara la sensazione di non essere io a parlare, ma che dal mio intimo sgorghino parole come in un flusso, parole che si lasciano ammirare al loro apparire ma sulle quali non posso esercitare il controllo senza intimorirle.

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