La prima perla, Maria
Author: administrator / Category: UncategorizedMaria guardava perplessa la custodia in velluto. Aveva sempre desiderato una perla e davanti a lei si era materializzato quel sogno ormai privo di valore.
Enrico conosceva quel desiderio ed in una vita votata a renderla felice era riuscito a trovare una perla speciale che gli ricordava, vividamente, una di quelle belle lune specchiate nel mare.
L’aveva sempre amata, dal primo istante che l’aveva vista, così fragile, eterea, bellissima nel suo abito bianco che su altri fianchi sarebbe stato informe, ma che su di lei appariva morbidamente sinuoso. La convinzione di non meritare tanta leggiadria lo aveva portato caparbiamente a sottoporla ad una corte serrata, e quando lei aveva inspiegabilmete accettato di vivergli accanto, si promise che avrebbe passato la vita a ricompensarla per quel dono impagabile.
Si sentiva sola Maria, e sapeva cosa doveva fare, che Enrico aveva speso ogni suo risparmio per quella perla e che lo aveva fatto solo per amore e che lei gli doveva un qualcosa di grande per tutto quello che faceva per lei. Aveva imparato ad amarlo col tempo, al principio lo aveva scelto perché non pensava che nella sua vita l’amore fosse un diritto, e lui la faceva sentire importante, sempre.
Aveva 12 anni Maria quando realizzò che la sua vita era ad un bivio, un bivio di quelli che all’inizio sono un vago sentore indefinito, di quelli che assumono corpo e chiarezza solo volgendosi indietro facendoti dire “ecco cos’era quella sensazione…”.
Era un pomeriggio d’estate, suo zio era sdraiato sul letto per la siesta e lei si era sdraiata al suo fianco come spesso accadeva. Aveva sempre amato zio Andrè, quegli occhi grandi e profondi la facevano sentire al sicuro e la sua risata era un arcobaleno improvviso senza il temporale. Lei si strinse a lui abbracciandolo comodamente, quasi avviluppandosi a quel braccio potente e muscoloso di fatica nei campi, ed una strana sensazione di calore, mai provata sino ad allora si era diffusa nel suo ventre come un sole abbagliante.
Non aveva capito ma era bello, caldo, dolce. Andrè, sdraiato al suo finco era come paralizzato, aveva capito lui, aveva capito che la sua bambina non era più una bambina ed era lacerato da un senso di violazione di un mondo innocente e il fascino di un regno incontaminato e puro nel quale anche ciò che fuori è sporco vive immacolato.
Gli incontri furtivi andarono avanti per lungo tempo, era diventata donna Maria, col suo amore dolce, segreto e rispettoso, che lei adorava più della sua stessa vita. Finchè zio Andrè non morì, lasciandola sola, inconsolabile vedova senza diritti tra gli uomini, con un tenero segreto che la rendeva inconfessabile al mondo. E allora decise che il suo cuore aveva cessato di battere con quello di Andrè.
Da quel freddo giorno di febbraio l’aria era diventata tanto rarefatta da togliere quasi il respiro, sembrava che niente avesse più senso, più valore. L’esistenza trascorreva aspettando una morte che sarebbe arrivata comunque troppo tardi. Passavano i giorni e la vita di Maria era stranamente irreale, tutto scorreva secondo i dettami di ciò che si ritiene normale per la sua età, i pretendenti si avvicendavano nella sua casa senza che questo la riguardasse, non le era ben chiaro cosa potesse affascinare un uomo, in una donna col cuore spezzato.
Il giorno che si affacciò alla sua porta un ragazzo con gli occhi stranamente limpidi e onesti, decise che in una vita apparentemente normale poteva anche starci un matrimonio formale.
Si chiamava Enrico, aveva qualche anno più di lei ed era gentile, troppo impaurito della vita per poter creare problemi e si accontentava che lei lo accettasse illudendosi che fosse amore.
Passarono gli anni e la sua vita si consumava serena e lineare come solo uno stagno di acque morte sa essere, non c’era movimento nel suo cuore e la sua vita si adattava.
Enrico la adorava come una statua priva di vita, la sua non vita lo rassicurava, permettendogli di dominare il ritmo dell’esistenza. La adorava al punto da desiderare di appagare ogni suo desiderio, se solo lo lasciava trapelare, non si concedeva il disturbo però di cercare di dare corpo a quella sensazione di distante solitudine, che lo faceva rabbrividire quando la toccava e percepiva che non l’avrebbe mai posseduta.
Un giorno successe una cosa imprevista, inattesa quanto può esserlo un tutore che germoglia ormai rassegnato ad ergersi a semplice inerte sostegno di una pianta che ha scelto di vivere. Si fermò in un negozio Maria, un negozio del quale non aveva mai notato neanche il colore, e lì un qualcuno imprecisato, mandato dal destino le aveva presentato Antoine, “Piacere, Maria”, che fastidioso contrattempo dover anche far conversazione con gli sconosciuti, pensò tra sè cercando di dare alla vicenda quel minimo sindacale di attenzione che le permettesse di stare sola con i suoi pensieri, nei limiti della buona educazione.
Poi alzò gli occhi e lo vide.
Uno sguardo incuriosito quanto fugace ma ogni singola parte del suo essere riflettè quella luce. Era una finestra che si apre in una sala di specchi, quel che prima rimbalzava il grigiore ora rimbalzava una luce tanto brillante da dover socchiudere gli occhi per poterla guardare. Quel che prima attutiva i suoni della vita al di fuori di lei, diffondeva come un diapason la nota perfetta. Quell’addome privo di emozioni ospitava una tale ondata di emozioni che quasi le impediva di sincronizzare i suoi stessi respiri.
Rialzò gli occhi e si immerse in quello sguardo accogliente, non era uno sguardo di intesa, era uno sguardo tra le cui braccia tutto può dissolversi senza che questo ingeneri paura ma pace.
Che strana la pace.
Non pensava che le appartenesse, lei alla quale la vita aveva scippato la gioia della scoperta della vita stessa, lei che conosceva senza dover conoscere una passione devastante quanto corrosiva che l’aveva deprivata di quell’innocenza cui aveva rinunciato per amore, ma che adesso cullava nei ricordi come una possibilità perduta, alla stessa stregua di una ricca compagna di scuola di cui guardare la vita irreale svolgersi con regole e parametri immensamente lontani dai propri, con tutto il fascino che ne consegue.
Che nostalgia per la sua innocenza. Strano quanto siano dolorose le rinunce quando l’amore che le ha mosse si dissolve.
In quei dieci minuti di flusso dolce e inebriante negli occhi di Antoine questi e mille altri pensieri si erano uniti alla sua danza, ma senza che nessuno si fermasse così a lungo da diventare presente, esisteva solo lei, quegli occhi e il suo cuore che aveva inspiegabilmente cominciato a fare rumore.
Lui uscì dalla porta salutandola garbatamente, nell’aria l’odore che non avesse minimamente capito ciò che aveva permesso si sciogliesse e lei, giocando nervosamente con la perla che impreziosiva il suo collo, decise che non avrebbe più cercato di incontrarlo, fece la scelta, per il resto della sua vita, di accontentarsi di incontrarlo nei suoi sogni, perchè i sogni non possono morire.
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